Ma secondo te, io sto male? – The Repairman –

Sta girando in questi giorni nelle sale italiane un film a cui sono particolarmente legata, per vari motivi: dalla storia alla visione della vita proposta, dalle location al blog “Viva la Reparación” (di cui abbiamo già scritto in un nostro recente articolo) che sulla scia del turbinio di idee e di coscienze scatenati dalla pellicola è nato. Per non dimenticare la sceneggiatura. O meglio ancora, lo sceneggiatore che, insieme al regista Paolo Mitton, questo film lo ha scritto. Francesco Scarrone è un amico ed un personaggio. E sì, un personaggio a me molto caro, lo conosco da una vita e da una vita ha la capacità di stupirmi, di farmi ridere, di farmi riflettere. Insomma, Francesco è uno di quegli amici che anche se non vedi troppo spesso sai che vale la pena avere nella cerchia delle persone da ricordare. 

E così lascio che siano proprio le parole che Francesco ha scritto per Co(o)ltura a presentare “The Repairman”.

Valentina

Co(o)ltrice

« Ma secondo te io sto male ? », se lo chiede Scanio Libertetti, protagonista del film “The Repairman”, nelle sale in questi giorni. Sembra una domanda stupida, forse banale, ma chi non se lo è mai chiesto nella propria esistenza ? Quando si ha un’idea, un pensiero, un istinto un po’ diverso dagli altri, quando si guarda la vita di tre/quarti, quando si cerca di prenderla con ironia, quando si trasborda fuori dai margini della vita convenzionale e ci si sente gli occhi di tutti puntati addosso, allora la domanda sorge spontanea : Ma sono io che sto male ?

In fondo The Repairman è la storia di un incompreso. Ingegnere mancato che ripara macchine da caffè, Scanio Libertetti è subissato da una pletora di amici che lo spronano a migliorare la propria vita calandosi nelle rotaie del giusto vivere civile: trovati una morosa, sposati, fa’ dei figli, cerca un lavoro decente.

Ma lui sta bene con i suoi cacciaviti, le sue lenti, il suo lento stila di vita (per il quale l’attore Daniele Savoca ha preso 10 kg!), sta bene a riparare oggetti, a ridare vita a cose ormai morte. Tutto precipiterà quando Scanio incontrerà Helena, una giovane inglese da poco in città.

Scanio non è un eroe. Tutto il contrario. È l’aniteroe per antonomasia. Uno che a volte prenderesti a schiaffi; un personaggio poetico e spaesato che non vuole essere un’icona. Quando, con il regista Paolo Mitton, ci siamo messi a scrivere la sceneggiatura, ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti: Creiamo un personaggio coi suoi pregi e i suoi inevitabili difetti; non prendiamo le sue parti a tutti i costi, mettiamo anzi in evidenza i suoi limiti.
L’intenzione è stata quella di creare un personaggio indifendibile. Se vogliamo, Scanio è l’anti-precario nella sua natura archetipa. Uno che non ha mai fatto tutte le cose per bene, e a cui la società non ha mai voltato le spalle offrendo lavori sottopagati e indegni, negandogli la realizzazione e la carriera; Scanio è qualcuno che ha sempre fatto tutto al contrario. È causa e principio fondante dei suoi mali e delle sue sconfitte. Non può attribuire la colpa ad altri. Ne è lui l’unico responsabile.

Non è un alternativo, non è uno slow, non è un paladino del biologico. È semplicemente lui, Scanio, con tutti i suoi difetti, con tutti i suoi limiti, e col suo rubizzo faccione rotondo che mangia focaccia e si chiede « Ma secondo te io sto male ? »

Il fatto che con la sua spontaneità e la sua onestà, questo piccolo personaggio di un film tutt’altro che perfetto (me lo dico da solo così evito che me lo dicano gli altri) sia riuscito a conquistare tanti cuori, è cosa che rende orgogliosi tutti noi che abbiamo partecipato alla realizzazione del film. Dal regista, agli attori, ai produttori Fabio Marchisio, Paolo Giangrasso e Filippo Margiaria.
Non voleva essere un film sulla riparazione, o sul riuso, o il riutilizzo, eppure tante, tante persone si sono viste rappresentate da Scanio: dai movimenti di decrescita felice, ai restarter che riparano oggetti morti, a Lega Ambiente, alle associazioni che si occupano di solidale e di condivisione; tutta gente che appartiene ad un « altro » mondo. Hanno adottato questo ingegnere fallito con delicatezza e con amore.

Il successo presso questi movimenti ci imbarazza di piacere, ci fa vivere con maggiore responsabilità quello che doveva essere un semplice film, solo una piccola commedia indipendente, e invece oggi siamo lì, nelle sale, con migliaia di persone che condividono con noi uno spirito di fondo, un’idea, un sentire, un emozionarsi.

Sono felice di essere stato il padre (o la madre ?) di questo personaggio che timidamente cerca di mettere in ridicolo il mondo che lo circonda e che, spesso, finisce per mettere in ridicolo solo sé stesso. È stato bello vedere come prendeva piano piano forma, come Daniele lo abbia vestito di comportamenti, espressioni, gesti, di cui tutta la troupe si è innamorata durante le riprese.

La strada per questo piccolo film è solo all’inizio, ed è tutta in salita, ma le esternazioni di affetto ci danno coraggio, e grazie al tam tam, al passaparola (e anche alla presenza del regista da Marzullo, d’accordo), di giorno in giorno il numero di spettatori cresce; cosa fondamentale per mantenere la pellicola nei cinema. Il che vuol dire – per un film – essere vivi. Esistere.

La speranza è che sempre più se ne parli, che se ne discuta con gli amici, con le persone che ci stanno attorno e che si possa creare una rete che dimostri come, non solo sia possibile fare un film in maniera diversa (i finanziamenti sono stati dati da privati che hanno creduto nel progetto… e che adesso vorrebbero anche riavere indietro i soldi, altro motivo in più per andare a vedere il film), ma che anche una distribuzione diversa sia possibile.

Anche in questo, la produzione si è diversificata. Per un film lento, con un protagonista lento, era giusto avere una distribuzione lenta che prediligesse i piccoli cinema indipendenti. Una scelta in linea con tutto il resto del lavoro. Quasi etica, se vogliamo. Siamo sicuri che queste scelte pagheranno, e se non accadrà, almeno saremo in pace con la nostra coscienza.

Per concludere, una piccola nota di colore: alla fine delle proiezioni ci fermiamo sempre a parlare con gli spettatori, e quante volte qualcuno ci dice: Mi rivedo in Scanio, anche io sono così. Ecco. Allora, forse, Scanio non è poi solo come si puo’ pensare. Siamo tanti ad essere disadattati, inetti, pasticcioni, sognatori.

Ma è qui la cosa bella: quando un sogno lo sognano in molti, forse non è più un sogno.

Francesco

The Repairman: Le Sale dove lo potete trovare.

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